La ricetta col copyright

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“Quel menu è mio”. Così la titolare di un ristorante di New York ha fatto causa al suo ex cuoco, portando nelle aule di tribunale la querelle, non nuova nel nostro paese, sul copyright delle ricette. Rebecca Charles del Pearl Oyster Bar ha denunciato l’ex cuoco Ed McFarland, reo, a suo dire, non solo di aver ha aperto nelle vicinanze un ristorante-fotocopia (l’Eds Loabster Bar), ma di aver copiato anche i piatti, tra cui la Ceasar’s Salad, i lobster roll, i panini alla polpa di astice e le capesante fritte.
In Italia il primo a intraprendere una campagna per rivendicare la paternità di un piatto era stato nel 1986 Fulvio Pierangelini, del Gambero rosso di San Vincenzo, il più grande chef italiano, la cui Passatina di ceci con gamberi è un must della sua cucina ed è il piatto probabilmente più imitato.

Tanto che – come afferma il giornalista enogastronomico Paolo Marchi – “se Fulvio Pierangelini potesse avere un euro per ogni Passatina di ceci copiata oggi sarebbe ricco, molto ricco”.
Anche Gualtiero Marchesi, padre nobile della nuova cucina italiana, rilanciò dieci anni dopo il tema copyright. Ma è nei mesi scorsi che altri chef hanno deciso di passare dalle parole ai fatti. Infatti, Filippo Lamantia della Trattoria di Roma, durante un intervento a Cibus ha ribadito la volontà di brevettare le ricette, non perché nessun altro possa cucinarle, ma perché chi le inserisce in menu ne citi l’inventore.

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Anche lo chef che ha reso grande la Pergola dell’Hilton di Roma, Heinz Beck, bavarese di nascita ma italianissimo nello spirito e nella cucina, auspica un registro di paternità dei piatti: “Non per soldi”, spiega. “Anzi, essere copiato vuol dire rappresentare un punto di riferimento. Il problema vero è tutelare la creatività italiana in cucina, un patrimonio culturale spesso calpestato all’estero. In giro per il mondo vengono preparati piatti terribili, spacciati per italiani. Ecco, allora ci vorrebbe, come per i vini, un disciplinare. Penso insomma non tanto alla tutela di una singola ricetta di un cuoco, ma del made in Italy in generale”.

Intanto Stefano Bonilli, fondatore della rivista Gambero Rosso, ha lanciato un censimento delle ricette originali dei più importanti cuochi del mondo, convinto che “c’è una componente creativa della cucina che va riconosciuta, spiegata e valorizzata per far fare un salto di qualità al settore passando dalle copiature intelligenti a una storia fatta di piatti riconosciuti e riconoscibili che hanno segnato gli ultimi decenni”. Ha chiesto così ai suoi lettori di indicare dei piatti storici e relativo autore. Ne è uscito un gran numero di segnalazioni: dalla Passatina di Pierangelini al Raviolo aperto di Marchesi al Cappuccino al nero di seppia di Massimiliano Alajmo.

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Ma per Pierangelini, che per primo lanciò la provocazione copyright, oggi questa è ormai una “battaglia di retroguardia”. “La mia passatina di ceci con gamberi – racconta – è effettivamente il piatto forse più copiato e nei paesi anglofoni non è neanche più tradotta nei menu e questo mi fa piacere. Oggi alcune volte ancora mi indispettisco, ma la mia risposta è stata piuttosto la creazione di una sorta di gruppo “rock” di cuochi itineranti che ho chiamato Gelinaz. Questo gruppo si incontra e a ogni occasione ciascuno interpreta liberamente, secondo sensibilità e cultura specifica, la ricetta di un altro cuoco. Ecco questo è un modo civile e rispettoso di riprodurre una ricetta altrui, riconoscendone la paternità”.

Fonte: Kataweb Cucina


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